Finalmente l’ho terminato. Dopo due mesi ho finito di leggere “Il tamburo di Latta” di Gunter Grass.
E’ oggettivamente un libro incredibile e impressionante. Non un libro leggero, no, anzi è necessario a volte un certo sforzo per non perdersi dietro le descrizioni particolareggiate (barocche?) e la tecnica narrativa assolutamente di classe. Spesso mi ha ricordato il Moby Dick di Melville ma mentre in questo ci si perde in descrizioni di mare e capodogli, di balene franche e spermaceti - mondo comunque limitato seppur vario e di mio gradimento - in quell’altro capita che Oskar il treenne, Oskar il gobbo e deforme - valente tamburino fin dall’età di tre anni, età in cui fissò la sua altezza a novantaquattro centimetri - narra col suo tamburo tutto il mondo attorno a sé attraversando il nazismo e la seconda guerra mondiale.
Il libro è sparso di trovate che definire geniali può sembrare addirittura riduttivo.
E’ impossibile tentare un abbozzo di trama e allora mi limito a riportare quello strano riassunto che lo stesso Oskar fa nella stanza di Klepp, l’obeso suonatore di flauto sempre a letto e depresso:
< < E io afferrai il tamburo, tenni stretta la latta e impugnai le due bacchette, mi girai o venni girato, uscii dalla mia stanza, oltrepassai con un balzo la camera maledetta, entrai come un sopravvissuto reduce da una lunga odissea nella cucina degli spaghetti di Klepp, mi sedetti sulla sponde del letto senza fare complimenti, raddrizzai lo strumento laccato in bianco-rosso, feci prima giostrare nell'aria le mie bacchette, maero un po' imbarazzato, e cercai di non guardare lo stupefatto Klepp, [...] e cominciai a battere il tamburo secondo l'ordine, in principio era il principio: la farfalla tra le lampadine annunciava a suon di tamburo l'ora della mia nascita; la scala della cantina coi suoi diciannove gradini battei sul tamburo, e la mia caduta dalla scala allorché si celebrava il mio terzo, leggendario compleanno; l'orario della scuola Pestalozzi battei sul tamburo, col tamburo salii lo Sockturm, sedetti, col tamburo, sotto le tribune politiche, battei sul tamburo anguille e gabbiani, tappeti sbattuti del Venerdì Santo, col tamburo stetti sulla bara, rastremata verso i piedi, della mia povera mamma, presi poi come tema delle mie battute la schiena ricca di cicatrici di Herbert Truczinski e, mentre ricapitolavo sulla mia latta la difesa della posta polacca sulla Heveliusplatz, notai da lontano un movimento al capezzale del letto sul quale sedevo, vidi con la coda dell'occhio che Klepp si era sollevato e tirava fuori da sotto il guangiale un ridocolo flauto di legno, se lo portava alla bocca, e ne traeva suoni così dolci, così innaturali, così intonati a quelli del mio tamburo, che io potei condurlo al cimitero di Saspe da Schugger Leo, e quando Schugger Leo ebbe terminato la sua danza, potei anche far spumeggiare davanti a Klepp, per lui e con lui, la polverina effervescente del mio primo amore; lo consussi persino nella giungla della signora Lina Greff, portai Klepp al Teatro del Fronte di Bebra, feci parlare Gesù sul mio tamburo, al suo ritmo feci salter Stoertebeker e tutti i Conciatori giù dal trampolino e lasciai che formiche e russi occupassero il mio tamburo [...] campi di patate della Casciubia [..] là siede mia nonna, nelle sua quattro gonne; [...] Suonammo ancora per parecchie ore [...] Con l'ultima nota ancora a metà del flauto, Klepp balzò dal suo letto infossato. [...] Klepp si lavò, Klepp cominciò a lavarsi, ebbe il coraggio di lavarsi tutto. [...] compresi che non solo il tamburo di Oskar era resuscitato: anche Klepp era un redivivo [...].
Quella giorno stesso [...] Klepp mi propose di fondare con lui un'orchestra jazz. >>